Ombre dal passato e lettere senza mittente
Il segreto nell’ombra di una casa silenziosa.
La cosa più strana e inquietante era che Roberto non offriva mai quella bevanda a nessun altro al mondo. Quando avevamo ospiti a cena o ricevevamo la visita di parenti, teneva la bottiglia rigorosamente sotto chiave nello scrittoio del suo studio. Aspettava pazientemente che tutti gli invitati se ne fossero andati, chiudeva a chiave il portone d’ingresso e solo allora tirava fuori i due soliti bicchieri dal credenzone.
Una volta, quando nostra figlia Giulia aveva compiuto sedici anni, entrò improvvisamente in cucina e allungò la mano incuriosita verso la bottiglia senza etichetta.
«Papà, posso sentirne l’odore? Cos’è che bevete sempre voi due?», chiese innocentemente.
Roberto quasi gliela strappò dalle mani con uno scatto d’ira improvviso e violento. «Non toccarla mai più! Non ti azzardare!», urlò con una voce che non gli apparteneva.
Giulia indietreggiò spaventata, con gli occhi lucidi d’incomprensione. Non lo avevo mai visto o sentito parlare in quel modo così duro a nostra figlia. Quella fu la primissima sera in cui mi domandai seriamente se quella bottiglia misteriosa contenesse qualcosa di completamente diverso da un normale liquore fatto in casa.
Il segreto nell’ombra di una casa: Il misterioso pacco mensile nella cantina
Gli anni passarono veloci, ma il rituale serale non cambiò mai di una virgola. Una volta al mese, puntuale come un orologio, Roberto riceveva per posta un piccolo pacco avvolto in carta da imballaggio marrone. Lo portava immediatamente nella cantina sotterranea e tornava piano piano al piano superiore tenendo in mano una bottiglia piena, perfettamente pulita e rigorosamente priva di qualsiasi etichetta commerciale.
Ogni volta che provavo a chiedergli chi avesse spedito quel pacco o da quale città arrivasse, rispondeva in modo sbrigativo che proveniva da un suo vecchio amico di gioventù incontrato durante gli anni dell’università. Ma quando proponevo con entusiasmo di invitare quell’amico a cena da noi per conoscerlo, Roberto cambiava immediatamente argomento o fingeva un forte colpo di tosse per deviare la conversazione.
Una sera di primavera decisi che era giunto il momento di scoprire la verità e di non bere più quella sostanza. Quando Roberto lasciò brevemente la cucina per rispondere a una telefonata nel corridoio, versai rapidamente il contenuto del mio bicchiere nel vaso di una pianta d’appartamento posta sul davanzale.
La mattina seguente, rimasi inorridita: le foglie verdi e rigogliose della pianta erano diventate completamente nere e vizze.
Il segreto nell’ombra di una casa: Il sospetto del veleno e il dubbio costante
Le mie mani iniziarono a tremare in modo ininterrotto. Quel giorno trascorsi intere ore al computer a cercare informazioni dettagliate sulle sostanze chimiche e sui veleni ad azione lenta. Cominciai a ricordare con lucidità quante volte, negli anni passati, mi ero sentita improvvisamente esausta, stordita, priva di forze o colpita da strani malesseri notturni.
Poteva essere stata davvero quella bevanda quotidiana a provocare tutti quei sintomi? E soprattutto, per quale orribile motivo mio marito avrebbe voluto farmi del male in modo così calcolato?
Roberto era sempre stato un uomo apparentemente premuroso e attento. Ogni volta che mi ammalavo di influenza, rimaneva seduto al mio fianco per tutta la notte a cambiarmi i panni freschi sulla fronte. Quando mio padre morì anni prima, non lasciò la mia mano per settimane intere, sostenendomi in ogni momento di dolore. Lavorava giorno e notte nella sua azienda per fare in modo che a me e a nostra figlia Giulia non mancasse mai assolutamente nulla.
Eppure, ogni singola sera alle nove spaccate, quell’uomo dolce e gentile scompariva per lasciare il posto a qualcuno che osservava ogni mio singolo sorso con un’intensità cupa e quasi disperata.
Una confessione a mezza voce e una promessa
Il segreto nell’ombra di una casa silenziosa.
Alcune settimane dopo tentai di nuovo l’esperimento. Versai nuovamente la bevanda, questa volta direttamente nello scarico del lavandino del bagno, prestando attenzione a far scorrere molta acqua.
La mattina seguente, Roberto si avvicinò e mi fissò a lungo negli occhi con uno sguardo che mi fece presagire il peggio.
«Ieri sera hai bevuto davvero tutto il tuo bicchiere, Beatrice?», chiese con voce metallica.
«Sì, certo come sempre», risposi cercai di mantenere un tono calmo.
«Non mentirmi. Ti prego, non farlo.» La sua voce era bassissima, spezzata ma intrisa di una minaccia trattenuta.
«Mi stavi controllando? Mi spii persino quando bevo?», domandai facendo un passo indietro.
